venerdì 9 ottobre 2009

Un patto insalubre per la sanità

E’ entrato in una fase di acceso confronto, tra Regioni e Governo, il cosiddetto “patto per la salute”, in cui dovrebbero essere scritte regole e modalità per l’erogazione dei servizi sanitari dentro un quadro di finanziamenti certi. Le Regioni, con un durissimo documento, hanno già bocciato il patto proposto dal Governo e non solo perché mancano 7 miliardi di euro sul biennio 2010-2011 ma perché i contenuti regressivi sono pesantissimi.

La proposta del patto contiene finanziamenti nel biennio di 104 e 106 miliardi a fronte di una necessità stimata dalle Regioni di 108 e 110. Il governo vuole ridurre i posti letto per acuti dal 3,8 al 3,3 per mille (7-10 mila posti letto in meno), arrivando ad ipotizzare persino accordi interregionali sulla mobilità per cui ad ogni cura eseguita in un’altra regione dovrà corrispondere analoga riduzione di posti letto nella regione di appartenenza.

Pesante intervento anche sul personale attraverso ipotesi di organico standard con ridimensionamento dei fondi per i contratti integrativi e conseguente riduzione degli organici nelle strutture semplici e complesse.

Introduzione di ticket: in caso di squilibrio già definito nel secondo trimestre dell’anno in corso, scatto obbligatorio di ticket sulla farmaceutica e sulle cure specialistiche con superamento e cancellazione di ogni tutela sociale attraverso l’annullamento di tutte le esenzioni.

Obbligo di introdurre il ticket sulla parte alberghiera per le prestazioni medico-chirurgiche in day hospital o in ricovero ospedaliero, introduzione di un incremento della tariffa a carico dei cittadini per le prestazioni in intramoenia. Per la riabilitazione nelle strutture accreditate, scatto della totale o parziale compartecipazione a partire dal 45° giorno anziché dal 60° come attualmente in vigore.

Piani di rientro: scatteranno inderogabilmente con massimo della tassazione per i cittadini a partire da uno scostamento del 7% rispetto alla spesa per il finanziamento ordinario, il cui calcolo sarà prodotto dal meccanismo dei costi standard, probabilmente della regione migliore in termini di bilancio.

Tutte queste misure contenute nella proposta del patto sono inaccettabili nella sostanza e nel metodo. Nella sostanza perché piegate ad una logica di esasperato economicismo in cui si comprimono i servizi e si cancellano i diritti, anziché colpire privilegi, sprechi e connessioni malavitose insite nel sistema, con appalti e gestioni esternalizzate a vantaggio di amici degli amici. Nel metodo perché il sistema amministrativo nonché la programmazione e la progettazione del funzionamento dei sistemi sanitari regionali sono costituzionalmente affidati alla competenza delle Regioni, le quali – in virtù di accordi di questo tipo – non potranno più operare per garantire qualità e quantità delle prestazioni sanitarie ai propri cittadini, e dovranno anche cancellare ogni ipotesi di prevenzione. E’ di decisiva importanza dunque che le Regioni mantengano la posizione di netta contrarietà al “patto per la salute”. E’ altrettanto necessario che su questi temi si riattivi iniziativa, riflessione, mobilitazione. Il dibattito pubblico, anche a sinistra, coglie giustamente tutta la centralità del diritto alla salute quando si parla di quanto avviene oltreoceano, nell’America di Obama. Ci pare necessario che il livello di attenzione su quanto sta avvenendo da noi si alzi significativamente, provando a rompere meccanismi di delega, specialismi, a cui troppo spesso viene consegnata la riflessione e l’iniziativa su questi temi. Il governo non sta solo compiendo l’ennesimo intervento pro-crisi, riducendo l’occupazione e peggiorando la condizione delle fasce sociali più deboli. Sta attaccando pesantissimamente la sanità pubblica con un progetto preciso e dichiarato. Sviluppare il “terzo pilastro” cioè consegnare al sistema a capitalizzazione e ai privati la sanità. Sanità che dovrebbe diventare uno dei perni di sviluppo della “bilateralità”, l’affidamento di intere parti di stato sociale alla gestione congiunta di imprese e sindacati secondo un modello esplicito tanto nella riforma della contrattazione quanto nei vari Libri Verdi e Bianchi sul futuro del modello sociale. Ce n’è abbastanza per provare a rimettere in piedi iniziativa e mobilitazione con tutti coloro che ritengono che l’universalità del diritto alla salute sia decisiva per i livelli di civiltà di un paese.

giovedì 8 ottobre 2009

Ferrero: lodo Alfano, bene la consulta. Bossi lasci perdere. Non ci faremo intimidire da ciarlatani come lui


Dichiarazione di Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se.

Plaudo alla decisione della Corte costituzionale che ha bocciato totalmente e senza possibilità d'appello il cosiddetto "lodo Alfano", in quanto vìola il principio di uguglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Alla Corte va il plauso di tutti i sinceri democratici del nostro Paese che hanno bocciato senz'appello una legge vergognosa e illegittima che voleva cercare di salvare la faccia e le fortune, costruite sul malaffare, del nostro Premier e di tutti gli altri potenti che pensano di poter essere e comportarsi impunemente da corruttori e mafiosi come fa Berlusconi.

A Bossi, che minaccia il ricorso al popolo, ci limitiamo a dire di lasciar perdere e di non svegliare il cane che dorme. Troppi partigiani, uomini e donne, sono morti per costruire una Repubblica libera e democratica come quella italiana, che si basa e si regge sulla sua Costituzione, per potersi fare spaventare - loro e i loro discedenti, cioè tutti noi - da quattro ciarlatani alla cui testa si vogliono mettere eversori e corruttori.

mercoledì 7 ottobre 2009

Al conflitto di interessi ci pensa la Ue


Domani i deputati dell'Europarlamento pronti a discutere della situazione italiana


di Alessandro Cisilin


Conflitto di interessi, monopolio mediatico, ingerenze nella Rai, e ora le crescenti intimidazioni contro quella frazione di informazione estranea al controllo del premier. Il Parlamento Europeo ha deciso di investirsi del caso Berlusconi con un apposito dibattito nella seduta plenaria di domani, prevedendo inoltre un'intera sessione di voto su una risoluzione lunedì 21 ottobre.
E' nei compiti dell'assemblea di Bruxelles monitorare la situazione dei diritti umani, inclusa la libertà di informazione nei singoli paesi. E' però un'anomalia che una questione interna a uno Stato membro venga elevata a capitolo specifico dell'ordine del giorno. L'anomalia viene dunque riconosciuta nel "problema italiano", e non è la prima volta. Già cinque anni fa l'Europarlamento se n'era occupato, votando praticamente all'unanimità un testo che condannava il nostro paese con le medesime motivazioni odierne. I deputati forzisti di allora accusarono, come oggi, i connazionali del centrosinistra di "cercare una rivalsa europea dopo la sconfitta elettorale" e di "portare menzogne all'Italia e al suo premier", ma si trattava ai fatti di accuse del tutto immeritate.
L'iniziativa partì da due europarlamentari italiani della sinistra, il giornalista Lucio Manisca e l'ex magistrato antimafia Giuseppe Di Lello, producendo tra l'altro un documentato e incontestato dossier sulla presa di Berlusconi sui media. Ma a sostenere la loro richiesta di un dibattito in aula furono praticamente solo gli stranieri, di ogni latitudine e colore politico. I membri dell'allora Ds e Margherita, incluso il deputato Napolitano, si rifiutarono invece di firmarla. Dopo mesi di inerzia, solo quando fu chiaro che la risoluzione elaborata incontrava il favore di larga parte dell'assemblea, la votarono e aggiunsero il proprio cappello con emendamenti dell'ultim'ora e conferenze stampa a voto concluso.
La risoluzione fu comunque durissima, denunciando tra l'altro la "combinazione unica di poteri economico, politico e mediatico nelle mani di un solo uomo" e chiedendo all'Italia una legge sul conflitto di interessi, una riforma dell'audiovisivo di segno opposto alla legge Gasparri, ritenuta "incompatibile col diritto comunitario", nonchè misure per assicurare l'indipendenza della Rai dal governo. Simultaneamente, si chiedeva alla Commissione di monitorare la situazione italiana e di legiferare a tutela del pluralismo mediatico, ipotizzando addirittura il ricorso al famigerato, e mai applicato, articolo 7 dei Trattati, che prevede la sospensione di un paese dalle riunioni interministeriali.
Le raccomandazioni delle due assemblee sono però rimaste carta straccia. L'Italia non ha fatto nulla, nonostante un governo di centrosinistra, e nemmeno l'esecutivo europeo, del resto nominato dai governi. E agli eurodeputati, anche tra i più moderati, non piace che le loro deliberazioni vengano ignorate.




da Il Fatto Quotidiano

Scuola, sentenza del giudice del lavoro:"Indennità di carriera anche ai precari"

Accolta la causa presentata da 300 persone contro «l'abuso di contratto a tempo determinato»
TREVISO - I precari della scuola - insegnanti, ma anche personale amministrativo, tecnico ed ausiliario assunti per un lungo periodo con contratti a tempo determinato all'inizio di ogni anno scolastico - hanno diritto all'indennità di carriera: in caso contrario lo Stato deve risarcirli della parte non ricevuta con i dovuti interessi. A stabilirlo è stato il giudice del lavoro di Treviso, che ha così reputato pertinente la causa presentata al ministero dell'Istruzione dai legali della Uil Scuola locale per tutelare i diritti di 300 lavoratori scolastici a seguito di quello che hanno definito un «abuso di contratto a tempo determinato» perpetrato nei loro confronti. La sentenza del giudice non lascia spazio ad interpretazioni ambigue e «condanna il Ministero - si legge nella sentenza - a risarcire in favore della parte ricorrente il danno da individuarsi nella differenza fra quanto è effettivamente percepito e quanto avrebbe dovuto percepire se i periodi di lavoro effettivamente prestati fossero stati da subito regolati secondo la disciplina del contratto a tempo indeterminato».

ADEGUAMENTO - Si tratta di personale scolastico che lavora nella scuola da diverso tempo: molti da 5, 10 e addirittura 20 anni. Non avendo potuto presentare domanda di "ricostruzione di carriera", possibilità riservata per legge solo a chi ha sottoscritto un contratto a tempo indeterminato, si sono rivolti così al giudice del lavoro chiedendo un adeguamento dello stipendio con le stesse modalità. Adeguamento che a questo punto dovrebbe essere riconosciuto, salvo improbabili sorprese, anche agli altri 270 docenti ed Ata. Altri 200 precari, stavolta solo collaboratori scolastici, hanno preferito ricorrere per chiedere di essere risarciti per i mesi di luglio ed agosto indebitamente sottratti, sostengono, poiché i posti su cui sono stati nominati erano privi di titolare. La sentenza del giudice del lavoro dovrebbe essere emessa nei prossimi giorni.

PRECEDENTE - Qualora la sentenza dal giudice del lavoro veneto dovesse essere confermate (è probabile che il Miur ricorra) potrebbe creare un precedente importante: sarebbe infatti potenzialmente "allargabile" ad un quantità di precari molto più corposa: ogni anno oltre 100.000 docenti e 60.000 Ata firmano un contratto a tempo determinato sino al termine delle attività didattiche o alla fine dell’anno scolastico.


06 ottobre 2009

Caro Nichi, è l'ora della politica

di Claudio Grassi e Bruno Steri

Caro Nichi,

ma avremmo potuto dire: caro Franco, caro Gennaro. Infatti intendiamo rivolgerci a quella parte di Sinistra e Libertà che più conosciamo, avendo condiviso una lunga (ancorché assai contrastata) militanza nel medesimo partito. Il fatto è che quest’ultima tornata di elezioni in alcuni importanti Paesi europei ci fa riflettere. E ci induce a non indugiare e a muovere passi che sappiamo arrischiati: come questa lettera-invito, che certamente può urtare in rancori, veti incrociati, resistenze politiche. Ma tant’è: come tutte le storie, anche le storie passate avranno pur avuto un senso.
Queste elezioni hanno confermato due fatti politici che – benché minimizzati, se non addirittura oscurati nei vari salotti televisivi – a noi paiono di solare evidenza: il fallimento delle politiche di centro-sinistra (con il connesso pesantissimo declino elettorale dei partiti che tali politiche hanno promosso) e, contestualmente, l’avanzata delle sinistre (comuniste, antagoniste, radicali), ossia di quelle formazioni che si collocano alla sinistra dei partiti socialisti e che, in vario modo, articolano una critica di sistema. Questo avviene nel quadro di una preoccupante conferma delle forze politiche di centro-destra. Sta avvenendo cioè quello che molti di noi hanno paventato e che, a nostro parere, sta purtroppo nella logica delle cose: nell’afasia, nel vuoto di rappresentanza sociale creato dal centro-sinistra, si rafforza la svolta moderata e proliferano le pulsioni reazionarie. La crisi sociale, economica, ambientale va maturando dunque un suo esito di destra; ma, per altro verso, è importante che si faccia strada, estenda la propria influenza politica una proposta anticapitalista.

Si può arzigogolare in politichese quanto si vuole: a noi – come detto – tutto ciò appare di solare evidenza. E, per contrasto, balza in assoluto risalto la nostra insufficienza: la difficoltà di offrire una sponda politica consistente e credibile ai soggetti sociali aspramente colpiti dalla crisi ed esposti agli ulteriori sussulti delle politiche di classe che già si annunciano sotto il titolo di “exit strategy” (leggi: perdurante contenimento delle retribuzioni, reali e differite, e taglio ulteriore della spesa sociale). Di qui l’urgenza di riflettere in fretta, assumere responsabilità e produrre decisioni, capaci di dare il più ampio respiro possibile all’organizzazione di una necessaria, dura opposizione. Noi diciamo a noi stessi e vi diciamo: non è l’ora del risentimento, è l’ora della politica. E lanciamo a Sinistra e Libertà la proposta di un’alleanza, di un patto per far nascere anche nel nostro Paese le condizioni di una risposta efficace alla crisi capitalistica, per la ripresa del conflitto sociale, per una tutela delle classi popolari.

Non vogliamo “fingere ipotesi”: siamo perfettamente consapevoli delle nostre diversità. E consideriamo questa una partita di fatto conclusa. Ma vediamo anche che lo scenario europeo offre tutta una gamma di possibili soluzioni di co-esistenza a sinistra. Non necessariamente un unico partito, ma la compresenza di formazioni distinte e, ciononostante, in parallela crescita di consensi. Occorre tuttavia esser chiari e netti rispetto alla cesura con la cultura e le politiche neoliberiste: è qui che non vediamo ravvedimenti sostanziali nel Partito democratico. Apprezziamo, nel suo dibattito interno, alcuni elementi della ritematizzazione politica di Bersani; ma, più in generale, non vediamo emergere in nessuno dei partecipanti a tale dibattito quella radicale discontinuità (di cultura e scelte politiche) che dovrebbe per l’immediato futuro garantire dai devastanti orientamenti assunti dal gruppo dirigente di questo partito nel recente passato. Oltre a ciò, anche dall’interno del Pd continuano a venire avanti proposte di modifica della legge elettorale che tendono a stringere ulteriormente la camicia di forza bipolare: non crediamo si possa dire che siamo paranoici se coltiviamo il sospetto che tali interventi a gamba tesa servano soprattutto a far fuori noi (noi della Federazione anticapitalista e della sinistra di alternativa, ma anche voi di Sinistra e Libertà: se non attraverso un colpo direttamente inferto, quanto meno per assorbimento coatto).

Un’alleanza, dunque; questa è l’esigenza che percepiamo distintamente. Certo, non è semplice: non vogliamo nascondere le difficoltà. Come convivere con chi ritiene (Nencini) che la sinistra abbia perso inutilmente vent’anni e che è ora di tornare a Craxi, è affar vostro. Così come riterremmo fuori tempo massimo polemizzare con chi (Mussi) pensa che la falce e martello debba essere derubricato dalla storia. Ovviamente, vediamo in tali giudizi un problema non lieve. Non per questo, consideriamo preclusa ogni interlocuzione. Riconosciamo il diritto all’esistenza della vostra opzione politica. Che non è la nostra. Crediamo giusto pretendere per noi – per i nostri simboli, il nostro nome, il progetto politico della Federazione che siamo impegnati a varare – altrettanto rispetto. Crediamo in una sinistra plurale, non ci siamo mai appassionati ad alcuna “reductio ad unum”. Non poniamo veti; e non accettiamo di subirne.

Ma, al dunque, ci chiediamo: è possibile metterci attorno a un tavolo – noi della Federazione, voi di Sinistra e Libertà e quanti a sinistra (associazioni, comitati, sindacati, strutture di movimento) non rinunciano a contestare in radice un sistema sociale iniquo e inefficiente – e provare a discutere quattro/cinque punti programmatici discriminanti, così da contrastare l’offensiva di un establishment che ha fragorosamente fallito e che vorrebbe continuare a dettar legge?

In questa sede non sapremmo essere più precisi di così. Poniamo un’esigenza politica, nella convinzione che essa sia condivisa da una grande parte della nostra gente. Non possiamo continuare a delegare ad altri quell’opposizione incisiva, “senza se e senza ma” - ma anche efficace - che dovrebbe spettare a noi, alla sinistra (comunista, antagonista, radicale). Le centinaia di migliaia di bandiere rosse che solo due anni fa invasero le vie di Roma non sono distrutte; sono solo state ammainate a seguito di una cocente delusione. Proviamo a rialzarle.